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Sound - Arte&Scienza

Art & Science
by Gi Buzz'
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SOUND (C'è musica e musica)
INCANTO DEL SUONO
Anthony Braxton
Karlheinz Stockhausen
La cultura occidentale ha sempre cercato di guardare il mondo, nel tentativo di carpire le sue leggi, i suoi misteri. Non ha capito che il mondo non si guarda, si ode. Non si legge, si ascolta (Jaques Attali); si sentono i rumori, la musica, la radio, la televisione e ci si rende conto che il nostro mondo, la nostra vita quotidiana, sono permeati di sollecitazioni acustiche.
I suoni diventano un mezzo di percezione della realtà, il linguaggio musicale un mezzo di comunicazione come la parola scritta o parlata. Quindi non un insieme incomprensibile di simboli interposto tra il musicista e il fruitore, ma un anello di congiunzione tra l'uomo e i suoi sentimenti, i suoi bisogni, le sue aspirazioni, dove i suoni non sostituiscono le parole, ma formano un linguaggio fantastico e creativo, espressione diretta e immediata della musica.
Robert Schumann scriveva che «si sbaglia di certo, se si crede che i compositori si mettano innanzi penna e carta nel misero proposito d'esprimere, descrivere e colorire questa cosa o quella...», la musica quindi esprime interiorità, sentimenti, sensazioni, va letta non solo come successioni di suoni, ma  nella sua globalità.
Nessuno si sognerebbe mai di descrivere un quadro di Paul Gauguin come successione di gialli, rossi, viola, verdi e sicuramente un accordo finale suona ben diverso per un ascoltatore che sia stato nella sala durante tutta l'esecuzione di una sinfonia, o per un altro che càpiti a entrare in sala in quel punto stesso.
Si narra che Wolfgang Amadeus Mozart quattordicenne in un viaggio in Italia avesse ascoltato il Miserere di Gregorio Allegri, tanto bello che ne era stata proibita la pubblicazione e la diffusione affinché la chiesa romana ne avesse l'esclusiva. Rientrato in albergo il giovane Mozart prende dei fogli di musica e scrive il complicato intrigo polifonico delle otto voci del Miserere, senza sbagliare una nota.
Qui siamo di fronte ad un genio della musica, ma ciò dimostra che Mozart aveva capito quella musica nella sua globalità e non doveva fare altro che ricordare e trascrivere. Nella musica non c'è altro da capire se non la musica stessa;  sia classica che leggera, essa restituisce un'immagine del mondo, buona o cattiva, stimolando tutto il complesso delle facoltà spirituali.
Certo sarebbe auspicabile che un giorno tutti gli ascoltatori sapessero che cos'è una fuga, una sonata, una suite, una terza minore, ma siamo sicuri che ciò è necessario per comprendere e gustare la musica?
L'esperienza dimostra che una certa musica ha carattere di universalità, mentre dell'altra si capisce solo con la conoscenza della sua struttura, del momento storico in cui è stata composta, dei riferimenti ad altra musica. Per esempio l'ascolto della musica di W. A. Mozart, di G. Verdi, dei Beatles, di L. Armstrong  è immediato, non ci sono barriere da superare per gustare la bellezza delle melodie e delle armonie; più difficile diventa l'ascolto della musica di C. Debussy, di R. Wagner, di F. Zappa, di M. Roach, astruso quello di A. Schönberg, di K. Stockhausen, di A. Braxton, della musica indiana e di tutto ciò che il nostro orecchio non è abituato a sentire.
Si deve stare attenti, tuttavia, a non cadere nel luogo comune di chi ascolta ciò che la società vuole che ascolti, rifiutando il nuovo; una sorta di atteggiamento passivo del consumatore di musica che si abbandona solo all'estasi suggerita dalla gradevolezza dei suoni, con conseguente paura dell'ignoto e del non ripetitivo.
La musica può essere facile o difficile, ma non per questo dobbiamo avere un'opinione superficiale di essa; più si ascolta musica diversa più si affina l'orecchio e si comprendono consciamente o inconsciamente complicate architetture musicali e soprattutto non bisogna scoraggiarsi se all'inizio qualcosa non si capisce completamente. Se non si prende consapevolezza di ciò, il problema stesso dell'interpretazione del linguaggio musicale non sarebbe mai nato e potremmo ascoltare sempre la solita piacevole e abituale musica. (G.B.)

pubblicato sul periodico Sound 1995
SPIRITUALS
Fedeli che cantano spirituals negli anni '30
Raccolta del cotone in America
Oh libertà
Oh libertà
Oh libertà sopra di me!
E prima di essere uno schiavo
Sarò sepolto nella mia tomba
E tornerò al mio Signore e sarò libero.

Niente più lamenti
Niente più lamenti
Niente più lamenti su di me!
E prima…

Ci sarà canto…
Ci saranno grida…
Ci saranno preghiere…
Il termine Spiritual songs è tratto da questo versetto della Bibbia:"Speaking to yourselves in psalms and hymns and spiritual songs, singing and making melody in your heart to the Lord" e fu usato dalle comunità cristiane bianche fino alla fine del 1800. Acquistò una marcata caratterizzazione nera col termine di Negro Spiritual o semplicemente Spiritual con l’approccio dei neri al Cristianesimo. Quei canti divennero una rielaborazione in chiave cristiana della musica rituale africana. Lo schema interpretativo era semplice, ma di grande impatto nelle comunità nere, oppresse dal lavoro e dalla schiavitù. Un solista pronunciava ad alta voce una frase, tratta dalle Sacre Scritture o inneggiante la libertà, mentre il coro la ripeteva subito dopo, riproducendo la stessa intonazione e le medesime inflessioni del solista. I fedeli danzavano in circolo, tenendosi per mano, ascoltando le melodie del coro accompagnate dal battito delle mani, dei piedi e delle percussioni (peraltro proibite). Ciò conferiva all’insieme musicale una pulsazione intensa, tipica della poliritmia africana.
Agli inizi del ‘900, con l’affermarsi della cultura afro-americana, gli spirituals vengono raccolti e studiati, depurati dagli africanismi, riarrangiati, armonizzati e riproposti dai grandi complessi vocali neri.
L’uso di cori polifonici travolgenti su ritmi sempre più animati della tradizione nera  si unirono ai primi del secolo alle nascenti forme del jazz. Sono, tuttavia, le voci nere che risuonano nelle chiese a ispirare le prime strumentazioni e i primi arrangiamenti dei jazzisti.
Ad ampliare la vasta gamma di composizioni musicali denominate spirituals sono le realizzazioni, ampliamente documentate discograficamente, dei predicatori itineranti dai primi del Novecento agli anni Quaranta.
La sintassi musicale adottata da questi personaggi integrava le esperienze melodiche del folclore anglosassone con le semplici cadenze armoniche del blues, la perfezione formale dell’innodia metodista con l’intensità emotiva del jubilee.
La vita che descrivono gli spirituals è un passare dall’alba al tramonto, un’attesa della fine, della libertà, della gloria dopo aver raggiunto la terra promessa. Non c’è ribellione, ma rassegnazione un implorare “libertà”:


Oh freedom
Oh freedom
Oh freedom over me!
And before I’d be a slave
I’ll be buried in my grave
And go home to my Lord and be free.

No more moaning
No more moaning
No more moaning over me!
And before…

There’ll be singing…
There’ll be shouting…
There’ll be praying…


Oppure un pregare che scenda un nuovo Mosé a liberare i suoi figli:

Go down Moses
Way down in Egypt land
Tell old Pharaoh
“Let my people go”

“Thus spoke the Lord” bold Moses said
Let my people go
“If not I’ll smite your first born dead
Let my people go

Go down Moses
Way down in Egypt land
Tell old Pharaoh
“Let my people go”...

Mai un incitamento all’azione, a risolvere i problemi senza l’intervento divino.
Discografia


Gli spirituals - osserva Gianni Menarini -  s’impongono per la fresca immediatezza delle loro rappresentazioni, per il loro tono di confidenza, quasi di intimità familiare con il divino, che sempre sorprende l’ascoltatore che non sia abituato a manifestazioni di fede tanto più ingenuamente spontanee quanto più di umile estrazione, sincere e profondamente sentite.
Una sintesi sistematica di tutti i generi sacri nero-americani, e insieme una rielaborazione rigorosa e fedele di essi, riesce al pianista e compositore Thomas Andrew Dorsey (1899-1993), conosciuto come "the father of gospel music". Il suo sforzo, pienamente riuscito, è quello di modernizzare gli antichi moduli espressivi senza tradirli. Uno sforzo che si sostanzia con la creazione di un nuovo genere chiamato Gospel.


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